La storia e lo sviluppo delle psicoterapie brevi

La psicoterapia breve è un tipo di intervento clinico che si è sviluppato in America, negli anni 50′-60′, per quanto fin dagli inizi della Psicoanalisi freudiana e post-freudiana si possano trovare già diversi esempi precursori. Nei suoi primi anni di pratica clinica Freud curava le pazienti isteriche con metodi per certi versi simili alle terapie brevi.
Egli concentrava la sua attenzione sulla risoluzione di un sintomo specifico (il “Focus” era sul braccio paralizzato, o gli attacchi di panico, ecc…) che veniva vissuto come un problema invalidante; nel giro di poche sedute faceva poi rivivere alla paziente un’esperienza emotiva molto intensa, dove veniva rievocato un evento traumatico della propria infanzia connesso col sintomo presente.
Il risultato era un significativo miglioramento del sintomo, una volta emerso alla coscienza il ricordo traumatico; la persona appariva sollevata e rinforzata da questa esperienza emotiva.
Freud chiamava questo meccanismo mentale “abreazione”, che poteva avvenire tramite il “metodo catartico”. In questo metodo egli era molto attivo, faceva interventi ed interpretazioni dirette alle pazienti, cercando di risolvere la situazione in un lasso di tempo piuttosto breve. Si vedano a tal proposito i casi di Dora, Anna O., Elisabeth Von R. e Bruno Walter, un direttore d’orchestra che riportava crampi al braccio con il quale dirigeva (1906, in Sterba, 1951).
Essi erano invalidanti per la sua attività artistica, Freud lo curò in poche sedute, probabilmente usando anche il suo potere suggestivo.
D’altro canto egli era maggiormente interessato alla Terapia del Profondo, col silenzio analitico che annullava il tempo delle sedute e dilatava le durate del trattamento, Freud in fondo era convinto che per curare a fondo una persona bisognasse esplorare a lungo il suo Inconscio, e questo “assetto mentale” lo portò ad applicare sempre meno il metodo catartico, a favore di una maggiore e più lunga esplorazione introspettiva.
Negli anni 20′ inoltre a questi primi casi di trattamenti terapeutici di non lunga durata, si aggiunsero le esperienze cliniche di Rank e Ferenczi. Essi pur non proponendo terapie brevi, introdussero comunque degli elementi di tecnica che si riveleranno centrali nello sviluppo del modello americano. La loro opera più significativa è “Lo sviluppo della Psicoanalisi”, del 1922. In questo libro Rank afferma che la limitazione temporale dovrebbe essere una componente fondamentale per il buon esito della cura psicoanalitica: la separazione del terapeuta e del paziente permette a quest’ultimo di affrontare la Realtà, e porre fine alle fantasie inconsce e le aspettative irreali di fusione con il terapeuta. Ferenczi invece propose il modello della terapia attiva, approfondito in un suo scritto del 1926. Secondo l’autore, in alcuni momenti della seduta bisogna saper fermare il flusso di associazioni libere del paziente, che rischiano solo di farlo intellettualizzare troppo.
In alcuni casi, che comunque devono rimanere un’eccezione all’interno del processo analitico, il terapeuta anzi può dare delle istruzioni al paziente, o per impegnarlo in altre attività, o per distoglierlo da quelle disfunzionali.
È così che si delineano i 3 cardini teorici della Psicoterapia breve: il limite temporale (Rank), l’attenzione sul focus (Freud) e l’attività del terapeuta (Ferenczi).
Questi 3 concetti clinici e teorici vennero però sistematizzati all’interno di un modello solo a partire dagli anni 40′, a Chicago, grazie all’opera di Alexander e French.
L’esigenza clinica di creare un nuovo modello di cura era dettata dalle condizioni materiali stesse della società americana, dove, con il forte sviluppo di un Mondo industrializzato e molti milioni di abitanti, le liste d’attesa per una psicoterapia divennero lunghe.
Il sistema sanitario nazionale non riusciva a rispondere adeguatamente alla richiesta ed i bisogni di cura della popolazione, bisognava creare un modello alternativo alla psicoanalisi freudiana, troppo lunga e concentrata su pochi pazienti. Tra l’altro questo tipo di trattamento (allora l’unico che veniva erogato) aveva dei costi molto elevati, fatto che scoraggiava le assicurazioni private dal finanziarle. I clinici si trovarono di fronte l’esigenza di ideare una cura più economica, efficiente e capace di intervenire su un campione di pazienti molto più esteso rispetto al passato.
Alexander nel 1938 varò un progetto di ricerca “per definire quei principi di base che permettono di elaborare metodi psicoterapeutici più brevi ed efficienti” (Alexander e French, 1946, p. III).
I 2 ricercatori sottoposero 600 pazienti alla terapia analitica, dove si tendeva a scoraggiare uno stato di regressione e coinvolgimento troppo intenso per la persona per un periodo di tempo prolungato.
Al tempo stesso si cercava di curare l’episodio traumatico specifico da cui scaturivano i problemi attuali del paziente, senza fare ulteriori esplorazioni inconsce.
Veniva fatto un periodo iniziale di valutazione diagnostica, a cui seguiva una proposta di trattamento, quello che da allora diventerà nei servizi il “progetto/piano terapeutico”. Il Progetto in questo modello prevedeva alcuni colloqui di valutazione e 10 colloqui di terapia breve. Nel tipo di psicoterapia breve proposto da Alexander il terapeuta ed il paziente cercano di selezionare e delineare accuratamente le aree d’intervento, a partire dai bisogni concreti e riportati dalla persona, si parla prevalentemente del sintomo-problema sul quale si vuole un miglioramento, il terapeuta interviene per sostenere il paziente sull’esplorazione di questo argomento specifico, ci si confronta direttamente sulle questioni importanti, cercando al tempo stesso di infondere ottimismo. Il cuore del trattamento è la rievocazione del trauma da cui derivano i problemi attuali della persona: una volta affrontato e rielaborato il trauma, la mente alla fine può contenere e poi risolvere il problema per il quale ci si è a suo tempo rivolti allo specialista.
Alexander e French notarono anche che una volta risolto il focus specifico, tal fatto determinava una ricaduta di effetti positivi anche sugli altri aspetti e settori della vita del paziente: dopo essersi sbloccata su un problema urgente, che in un dato momento viene avvertito come prioritario, la vita della persona può riprendere il suo normale flusso di sviluppo; si ha la possibilità di esprimere maggiormente i propri talenti, realizzare un progetto di vita in accordo con la spontanea natura del Sé, percepire un maggior grado di benessere dalle proprie attività vitali.
A questo proposito, l’adozione da parte dei servizi di cura dell’intervento clinico breve still-of-woody-allen-in-bananas-(1971)-large-picture-1186-kyH-U10402212853202UM-700x394@LaStampa.it[1] oltre che la condivisione e la conoscenza di tali studi e teorie psicoterapeutiche, conferma in maniera significativa l’efficacia e l’importanza delle psicoterapie brevi nel campo della cura e dell’assistenza psicologica della persona.

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