La Contemporaneità nei “Pensieri” di Blaise Pascal, seconda parte

 

 

 

In un precedente articolo è stato esposto il percorso interiore di Blaise Pascal, filosofo francese del 600′, che a partire dai suoi studi matematico-scientifici riesce ad anticipare alcune delle principali tematiche e domande esistenziali dell’epoca contemporanea. Capitolo dopo capitolo, nel suo libro “Pensieri” egli mette sempre più a fuoco i problemi del nuovo uomo, fino a condensarne le caratteristiche in questi aforismi:
Condizione dell’uomo. Incostanza, noia, inquietudine….Descrizione dell’uomo. Dipendenza, desiderio d’indipendenza, bisogni”.
Come detto precedentemente, la sua vita nobiliare ed oziosa gli permette anche di cogliere un altro aspetto, quello della Noia: “Niente è più insopportabile all’uomo che l’essere in un pieno riposo, senza passioni, senza faccende, senza divertimenti, senza applicazioni. Egli sente allora il suo niente, il suo abbandono, la sua insufficienza, la sua dipendenza, la sua impotenza, il suo vuoto. Senza limiti dal fondo del suo animo uscirà la noia, la tenebra, la tristezza, il dispiacere, il dispetto, la disperazione”.
Fino a quando siamo impegnati e pieni d’attività che ci assorbono la vita scorre apparentemente tranquilla; appena però ci fermiamo ecco che dentro di noi sale uno dei più grandi terrori, il Vuoto, la sospensione da dove affiora la mancanza di senso ed i più reconditi fantasmi. Questo tema ha una valenza clinica molto più grande di quello che si può immaginare, anche ai nostri giorni.
La Contemporaneità nei “Pensieri” di Blaise Pascal: la scoperta della canna pensante
Riprendendo il filo dei nostri ragionamenti, bisogna iniziare ad avvicinarsi alla fine del suo percorso, visto che man mano che il libro prosegue si può notare da parte dell’autore una maggior capacità di convivere con tutte queste inquietudini, fino ad arrivare prima ad accettare la situazione, poi a saper darsi una propria risposta, in un vero e proprio percorso auto-terapeutico:
Bruciamo dal desiderio di trovare un equilibrio stabile, un’ultima base costante per edificarci una torre che s’innalzi verso l’infinito, ma ogni nostro fondamento crolla e la terra si apre fino agli abissi. Non cerchiamo dunque alcuna rassicurazione o stabilità; la nostra ragione è sempre delusa dall’incostanza delle apparenze.”
Colpisce in queste righe la profondità abissale di queste angosce, non troppo dissimili rispetto a quelle che diverse volte si possono incontrare anche in pazienti psicotici, dove la paura di frammentazione raggiunge dei livelli terrorizzanti per le persone. Il filosofo però riesce a sopravvivere alla situazione, fino a darsi una sua personale risposta:
Infine, per esaurire le prove della nostra debolezza, finirei con queste 2 considerazioni…L’uomo non è che una canna, la più debole della natura, ma è una canna pensante. Non bisogna che l’universo intero si armi per distruggerlo, un vapore, una goccia d’acqua basta per ucciderlo. Ma anche quando l’universo lo distruggerà, l’uomo sarà ancora più nobile di colui che lo uccide, perché egli sa di morire e che l’universo ha questo vantaggio su di lui. L’Universo invece non sa niente.
Tutta la nostra dignità consiste dunque nel pensiero. È da ciò che bisogna risollevarsi, e non dallo spazio e dal tempo, che noi non sapremo riempire. Lavoriamo dunque a ben pensare: ecco qua il principio della morale. Il silenzio eterno di questi spazi infiniti mi terrorizza”.
Come già fatto da Cartesio quindi Pascal alla fine di tutti questi spazi siderali riesce a ritrovare la propria mente e la capacità di ragionare, alla quale appigliarsi e resistere così alla tempesta, e questo forse è il suo lascito più importante: davanti al precipitare degli eventi e delle proprie paure, forse l’unica cosa che si può fare è fermarsi un attimo, sperando che dal Vuoto possa nascere un Pensiero in grado di guidarci verso un nuovo porto sicuro.

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