Trauma

Il disturbo post-traumatico da stress precedentemente analizzato si articola intorno al concetto del Trauma. Esso è stato teorizzato in maniera compiuta da Sigmund Freud a partire dal decennio del 1915-1925, quando egli notò i comportamenti ed i sintomi del disturbo post-traumatico da stress nei soldati che tornavano dalla Prima Guerra Mondiale, per quanto questo argomento abbia interessato le sue ricerche per tutto l’arco della sua vita professionale. Non è un caso se in America una diagnosi più precisa del disturbo post-traumatico da stress è stata delineata a partire dagli anni 80, quando si ritrovavano gli stessi sintomi nei reduci dalla guerra in Vietnam.
Freud inizia a presentare delle teorie sistematiche sul trauma a partire dagli anni 20′, egli afferma che il trauma è un’esperienza molto intensa, e che stimola troppo il nostro apparato psichico. In queste teorizzazioni l’apparato psichico veniva descritto come una piccola vescicola, una membrana che divide l’esterno dall’interno, filtrando tutti gli stimoli che dall’esterno entrano in noi. In tal senso Freud afferma che un trauma è uno stimolo così forte da rompere e lacerare tale membrana psichica, con conseguenze significative per la mente. Il trauma quindi è un’esperienza che ci fa provare un’emozione troppo intensa, e questo elemento di troppa intensità emotiva manda in corto-circuito il pensiero, perforandone le membrane protettive; non si riesce a dare un significato all’episodio, metabolizzarlo dentro di sé, condizione che costringe la persona a ripetere il trauma tramite la memoria, nella speranza inconscia che con questa ripetizione alla lunga si riesca a “digerire” e dare un senso all’emozione del trauma.
Generalmente il trauma è un’esperienza connotata da un carattere di abuso e violenza, ma la definizione di base fornita da Freud ci fa intuire che può essere traumatico anche un’esperienza troppo positiva o eccitante. Per quanto tale esperienza possa essere considerata piacevole, il “troppo” di emozione non permette alla mente di rielaborare il ricordo ed armonizzare l’esperienza nel proprio Sé. Questa troppa intensità di piacere e/o dispiacere, che a volte possono essere compresenti, può far immaginare la difficoltà di rielaborazione implicata nel caso di un abuso sessuale, dove queste 2 polarità possono alternarsi in maniera ambigua ed invischiante per la mente. Il trauma comunque presenta un grado molto soggettivo di tolleranza. Un piccolo episodio apparentemente insignificante può diventare molto intrusivo e grave per una persona, oppure per paradosso un’esperienza molto forte ed intensa può essere vissuta da una persona come una dura messa alla prova, ma senza che questa comunque lasci nella psiche qualche forma di trauma.
Al trauma seguono quindi emozioni incontrollabili, come una sensazione continua di allerta ed allarme percepito, come se l’evento traumatico sia sempre pronto a sorprenderci; all’incredulità e lo shock iniziali, subentra poi la rabbia, ossia l’unica reazione vitale possibile di fronte alla dimensione violenta del trauma. A volte pur di difendersi da questi vissuti si può mettere in atto uno stato generalizzato di apatia (ossia un isolamento affettivo) oppure delle forme di dissociazione, dove il ricordo e l’emozione traumatica vengono relegati in angoli reconditi della mente, e complessivamente sconnessi, non collegati col resto dei pensieri e della coscienza. Freud nei suoi molti studi cercò di chiarire che la questione traumatica è più sottile e complessa di quel che può sembrare ad un primo sguardo. L’episodio traumatico a volte non risiede necessariamente in un evento reale e concreto che ci procura uno shock, ma può essere anche il risultato di una somma di diverse e piccole situazioni spiacevoli, che accumulandosi finiscono col perforare la membrana.

 

 

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