Psicologia dell’invecchiamento

Attualmente la popolazione europea (ed in particolare quella italiana) stanno conoscendo un progressivo invecchiamento (attualmente il 19% della popolazione italiana rientra nella terza età); nascono meno bambini rispetto al passato, ed i progressi medici e dello stile di vita si sono tradotti in un significativo aumento dell’età media. Gli anziani insomma rappresentano da un punto di vista numerico una parte sempre più importante della popolazione.
Al tempo stesso però l’attuale organizzazione sociale ed economica sembra non esser stato ancora in grado di valorizzare al meglio questa risorsa, garantirne un buona qualità di vita, riconoscerne a pieno l’utilità e l’importanza. Se nelle società rurali con famiglie molto numerose le precedenti generazioni avevano un ruolo molto importante a livello educativo per i nuovi venuti ed anche a livello decisionale, di gestione della casa ed altro, l’odierna organizzazione urbana ed industrializzata ha creato nuclei familiari molto più ristretti, che sottostanno a ritmi di vita e lavoro più veloci rispetto al passato, favorendo l’aumento dell’efficienza e la produttività. Questo insieme di fattori ha avuto delle conseguenze per i nuovi anziani, che rispetto ai loro predecessori rischiano di assumere una posizione più periferica e marginale all’interno delle famiglie, per quanto la loro importanza rimanga decisiva in alcune aree, come la crescita e gestione quotidiana dei nipoti. Questo sembra essere lo scenario concreto e materiale dove compaiono nuovi bisogni di assistenza e cura psicologica. Da un punto di vista teorico possiamo iniziare a definire la terza età come il periodo di cambiamenti successivi al raggiungimento della piena maturità, essa nel senso comune sembra corrispondere con la fase di declino della vita umana, visione che pur riportando alcuni aspetti effettivi di questa fase di vita, rischia di tagliare fuori e non considerare le potenzialità e le risorse a lei insite: l’accumulo di esperienze infatti oltre che un carattere complessivamente più stabile permettono di sviluppare una forma di saggezza difficilmente ritrovabile in altri periodi di vita. Per quel che riguarda la componente di “declino” della Terza età, possiamo dire che essa corrisponde ad un calo della forza, la potenza e la resistenza fisica. I capelli diventano bianchi, cadono, nel viso compaiono rughe, il corpo sembra diventare col tempo più fragile e delicato, si ha un calo persino nella statura. Così come la persona passando dalla fase infantile alla fase adolescente ha bisogno di tempo per accettare questi cambiamenti corporei e costruirsi una nuova identità somatica, così anche nel superare l’età adulta si ripresenta questo problema della costruzione di una nuova identità corporea. La mente cioè è impegnata nel costruire dentro di sé un nuovo schema corporeo, una nuova rappresentazione di come siamo fatti fisicamente. In tale fase si deve realizzare ed accettare la diminuzione della potenza fisica, il fatto cioè che il nostro corpo non potrà più fare tutto quello che ci si poteva permettere prima. Anche a livello cognitivo vi è uno scadimento, si ha cioè meno capacità di ricordare e memorizzare dati, si è meno reattivi e veloci nei processi cognitivi, vi è un calo nelle capacità di apprendere nuove nozioni, per quanto al tempo stesso l’accumulo di esperienze avvenute fino alla terza età permettono di compensare questi problemi, a volte anzi l’accumulo di esperienze permette di raggiungere dei livelli decisionali e di ragionamento mai raggiunti prima. Dal punto di vista psicologico vi è un processo di elaborazione legato alla fine della propria attività lavorativa, il percorso di avvicinamento alla fine della vita, il rischio di isolamento, vuoto ed emarginazione nel quale si rischia di scivolare col tempo. Bisogna cioè affrontare un processo di lutto (che a volte diventa anche concreto, vista la scomparsa degli altri membri della propria generazione), inteso come un processo mentale che permette alla persona di separarsi in maniera sufficientemente serena da quel che è stato e che non ritornerà, come gli amici, la forza fisica, il proprio ruolo e riconoscimento lavorativo da parte della società. Oltre a ciò l’indebolimento fisico comporta la comparsa di malattie o complicazioni fisiche. Tali crescenti difficoltà fisiche inoltre costringono l’anziano a chiedere sempre più aiuto, esponendosi ad un rapporto di dipendenza col mondo esterno che certe volte non si riesce a vivere bene. Anche a livello familiare cambiano i ruoli e le gerarchie, col resto della famiglia che non sempre può occuparsi fino in fondo della vecchia generazione, col rischio di portarsi dietro anche dei sensi di colpa per situazioni sentite come mancanze. In tal senso il ruolo dello psicologo può aiutare ad ammortizzare l’impatto di questi cambiamenti all’interno della famiglia.
Cosa fare?
La terza età quindi, se non supportata da delle misure di assistenza e supporto, rischia di essere vissuta in maniera depressiva, come se essa fosse l’anticamera della fine, e non, come accade sempre più spesso, un periodo dove beneficiare attivamente e godersi i sacrifici fatti nei decenni precedenti, utilizzare il proprio tempo libero per “stare bene” e trarre soddisfazione dalla propria quotidianità. Se a livello sociale bisogna ripensare a delle misure in grado di alzare la qualità della vita degli anziani, lo psicologo dal canto suo deve cercare col suo intervento di rivitalizzare le situazioni che rischiano la deriva depressiva, condividere con interesse e curiosità il mondo dell’anziano al fine di sottolinearne e mostrarne l’estrema ricchezza, operazione che già di per sé riesce a valorizzare il vissuto della persona e rialzarne il morale. Bisogna favorire nella persona un processo di fantasia, un lavoro mentale in grado di “reinventarsi” una nuova vita, passatempi, significati. Uno dei problemi legati alla terza età infatti è che quelle attività ed aree vitali che per diversi decenni avevano dato un profondo senso alla vita delle persone (come la funzione lavorativa e quella generativa legata alla formazione ed il mantenimento di una famiglia) vengono meno. La persona in questo periodo quindi deve dare un nuovo senso alla propria esistenza, ed in questi casi l’aiuto di un professionista della salute mentale può rivelarsi molto utile. terza età

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